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Meat Grinder: orrore in salsa thailandese

Mauro Giorgio avatar Mercoledì 14 Aprile 2010, 20:24 in orrende (prime) visioni, video-drome di Mauro Giorgio
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Grazie alla segnalazione di un attento lettore e alla recente uscita di un dvd in versione taiwanese, torno a parlare di una controversa pellicola annunciata nel febbraio dello scorso anno: Meat Grinder.

Visto il largo successo in terra thailandese del genere horror (genere sempre presente nella cinematografia di quelle latitudini che solo negli ultimi anni ha conosciuto un momento evolutivo notevole con un vastissimo consenso di pubblico) una piccola casa di produzione specializzata in commedie romantiche, la Phra Nakorn, si è lanciata nella realizzazione di un horror dalle tinte e dal gusto (è proprio il caso di dirlo) estremamente forti facendolo girare a un giovane regista che era già stato capace di stupire con The Sisters, thriller con venature orrorifiche costruito su assi narrative inospettabilmente solide, Moeithaisong Tiwa.

Il titolo del film non deve trarre in inganno non essendo nel suo significato più immediato la metonimia dell'argomento trattato, in originale l'espressione del titolo significa karmicamente "azione conseguente a un torto".

Boot è la proprietaria di una piccola tavola calda di una cittadina thailandese con un tragico passato alle spalle e con un tutt'altro che roseo futuro, visto che deve pagare ingenti somme di denaro per estinguere i debiti contratti dal compagno svanito nel nulla. Tutta la sua vita, oltre al ristorantino e alla dedizione nella preparazione gastronomica delle pietanze, si chiama Bua, una figlia dalla salute cagionevole che le procura notevoli stati d'ansia. Tutto sembra crollarle addosso quando Attapol, il figlio del droghiere, mostrandole simpatia scopre cosa si nasconde nel magazzino sottostante il ristorante.

I primi sospetti che sono affiorati subito dopo aver letto del film riguardavano la vicinanza a due ben noti film hongkonghesi: Il ristorante all'angolo e The Untold Story, ma Meat Grinder, nonostante qualche facile quanto esile parallelismo ne prende immediatamente le distanze, poiché non possiede (e non vuole assolutamente averne) quell'umorismo nero tipico di certo cinema di Hong Kong, e non indulge in alcun modo a nessun compiacimento nelle sequenze di tortura. Qui la deriva del torture-porn è tutta eventuale e subordinata a un pathos di altro livello.

C'è un dolore alla base di Meat Grinder raccontato attraverso un complesso gioco di rimandi temporali che collocano il vissuto della protagonista al centro della narrazione. Eventi pubblici come una sommossa giovanile repressa dalle autorità locali si mescolano a fatti privati in un complicato vortice di flashback dal quale si viene risucchiati. Appare subito abbastanza chiaro che tale vertigo è la rappresentazione di una mente sconvolta dal dolore e dalla perdita (conseguentemente anche del senso o principio di realtà). Tutti lutti non elaborati se non nella forma del ricordo, della tras-figurazione mentale a partire dalla figura materna, unico punto fermo di questo maelstrom della memoria, dalla quale Boot prende l'exemplum, ricalcandone pedissequamente le mosse. 

C'è una verità terrificante che giunge da un passato familiare non rimovibile, una verità che veicola il dolore ineliminabile che pretende una folle cancellazione tramite un dolore fisico inflitto orrendamente, come se questo potesse riportare tutto ad uno status ante quem. Invece il prezzo di tale verità è proprio la follia.

Seriosissima discesa nel baratro psichico di una mente destabilizzata dal dolore per cui l'orrore fenomenologico è solo il riflesso di un orrore interiore.

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