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The House of the Devil di Ti West e l'estetica horror degli anni '80

Mauro Giorgio avatar Lunedì 29 Marzo 2010, 16:01 in orrende (prime) visioni di Mauro Giorgio
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Ne avevo parlato quando ancora The House of the Devil era nella sua fase embrionale e lo recupero ora, a visione acquisita da tempo, con colpevole ritardo, perché mi rendo conto che questo sottovalutatissimo film di Ti West merita più attenzione di quanta glien'abbiano dedicata pubblico e critica a diverse latitudini, soprattutto in considerazione di alcune linee estetiche dell'horror Usa che sta prendendo pericolose derive.

Come sostiene con notevole acume Elvezio Sciallis in un entusiasmante saggio, The House of the Dead non è una pellicola che omaggia gli anni ottanta, ma è un film degli anni '80 (fine anni '70, inizio '80 a voler essere meticolosi) sic et simpliciter, per contenuti, forme, linguaggi, strutture.

Siccome ho sollevato un problema che nell'alveo dell'horrorofilia è sentito eccome, quello appunto di certi codici dell'horror contemporaneo che si stanno crogiolando su modelli non propriamente fecondi di senso, almeno a mio sommesso modo di vedere, come quello della "riproposizione" (remake, sequel..), della sottomissione supina a sottogeneri che stanno avendo da qualche anno un certo appiglio come il torture porn, forse è il caso di porsi qualche interrogativo come se lo è posto Ti West recuperando appunto linguaggi di un'altra era per rivitalizzarne le forme estetiche (visto che ho scomodato tale categoria).

Vediamo più nello specifico di che tratta questo The House of the Devil, così ci capiamo meglio. Samantha si è appena iscritta al college, è una tipa seria e studiosa che non ha assolutamente intenzione di pazzeggiare durante il suo percorso universitario, così pensa bene di trovare alloggio fuori dalla stanza del dormitorio che condivide con una ragazza disordinata e inaffidabile. Una volta trovata dimora bisogna trovare anche il denaro necessario a pagare l'affitto e non è così facile in un college di una cittadina di provincia, quindi Samantha nonostante la diffidenza iniziale a causa di una voce telefonica decisamente poco rassicurante, decide di andare a fare la babysitter in una solitaria casa di campagna. Una volta conosciuti i padroni di casa Ulman, la sua diffidenza  invece di diminuire cresce a dismisura, ma di fronte all'idea di alzare 400 dollari per una serata di babysitting, anche se l' "oggetto" da sorvegliare non è propriamente un "baby", le remore svaniscono e Samantha può iniziare il suo lavoro da incubo.

Non si può certo parlare di parte preparatoria, come molti hanno fatto, analizzando quella in cui "non succede nulla" fino alla svolta finale, perché la "house" in questione oltre a figurare nel titolo pretende la sua doverosa attenzione, e West la colloca con meticolosità kubrickiana non soltanto al centro della diegesi come vero e proprio personaggio, oltreché perimetro invalicabile dell'azione. Non sapendo con chi o con cosa Samantha ha a che fare, nel momento in cui varca la soglia dell'abitazione e accetta i soldi di Mr. Hulman (sempre presenza imponente - in tutti i sensi quella di Noonan), sta firmando praticamente un contratto vincolante e quel "quid" con cui ha a che fare è la stessa casa il cui ingresso è stato superato, con il suo arredamento, la sua oggettistica i suoi scricchiolii, i suoi angoli oscuri e nascosti, le sue luci e le sue ombre.

Come in un'altra pellicola di poco precedente, Babysitter Wanted, con la quale The House of the Devil presenta più di un'analogia, la protagonista trovandosi in una situazione domiciliare sconosciuta e inquietante, esplorando lo spazio della casa, esplora anche se stessa e le sue paure che scaturiscono come qualcosa di ignoto di fronte alle quali si imparano a conoscere anche le reazioni, e la gestione della fobia stessa. Non è un caso che entrambe le protagoniste continuino a ripetersi "Get a grip!" ("Riprenditi", "non farti impressionare"). Non è dunque assolutamente vero che non succede nulla, anzi..direi che tutta la costruzione filmica di ambientazione e personaggi avviene in questa fase, in cui viene portato a compimento il disegno narrativo che era stato già ben tratteggiato nella parte introduttiva del campus universitario (pensiamo anche al rapporto tra Samantha e l'amica Megan, in cui viene esplicata tutta una weltanschauung degli eighties: ambienti, stili, musica, sociologia etc.).

Il finale poi potrà pur scontare certa prevedibilità, visto l'incipit non troppo subliminale con quel cartello molto esplicito e che richiama tutto un contesto da satanic panic, ma rimane in perfetta sintonia con tutto il costrutto diegetico fin lì sviluppato, con non pochi twist e sequenze di adrenalinica presa.

In conclusione, non si esce di un millimetro dai topoi del genere, ma se questo significa riandare a certo horror old style, con la precisione goniometrica che ne contraddistingueva codici e strutture, allora forse ha senso tornare a riflettere su certe estetiche del passato.

 

 

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2 commenti
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01 Apr 2010
alle 11:47

Mauro Giorgio

beh.. nelle sue note dichiarazioni vs. medio-grandi produzioni c'è il germe di una volontà che non si lascia soggiogare o attrarre da certe tentazioni, mi auguro vivamente che West conservi tale forza d'animo.

per il resto, ti ringrazio per essere passato da queste parti, Elvezio, e per avermi offerto enormi spunti di riflessione su un film che ci consente di fare il punto della situazione teorica dell'horror contemporaneo, almeno su quello statunitense.

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01 Apr 2010
alle 08:26

Elvezio

Ciao Mauro,

 

lieto che sia piaciuto anche a te, ora attendo le prossime mosse di West, speriamo non si lasci attrarre da produzioni ad alto budget fuori dal controllo del regista di turno...

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