Riflessi di paura
Con Lars von Trier mi trovate 2 volte di parte: la prima perché lo ritengo uno dei pochi registi che riesce a teorizzare col mezzo cinematografico, la seconda perché ha girato un horror. Quindi se vi dico che Antichrist era la mia Palma d'Oro (senza nulla togliere a Haneke, autore amatissimo) non c'è nulla di cui stupirsi, e credo che in fin dei conti il riconoscimento alla straordinaria attorialità della Gainsbourg sia un "risarcimento" un po' simbolico per quanto riguarda l'intera opera.
Altra mia ferma convinzione è che il cosiddetto "cinema della provocazione" vontrieriano, in realtà se provoca qualcosa o qualcuno questo è il pensiero sic et simpliciter, e nel suo cinema l'abisso teorico ama la maschera - a volte - del ridicolo.
E lo scandalo annunciato e provocato durante la proiezione cannense per alcune sequenze "hard-schock", in realtà molto è dovuto a certa mentalità festivaliera pronta a gridare istantaneamente allo scandalo, più che alla volontà di epater le bourgeois da parte del regista danese.
Anche se l'incipit accompagnato dall'aria haendeliana "Lascia ch'io pianga" con immagini patinate e rallentate di un rapporto sessuale e tragica morte del bimbo della coppia formata da Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg lascia presagire una colossale presa per i fondelli, il film è totalmente altro, ovvero il (non)luogo in cui mettere in scena un percorso psichico sprofondato nel dolore.
Il film è dedicato non senza malcelate ambizioni a Andrei Tarkovskij, ma un altro autore che von Trier ha sicuramente in mente, e non per vicinanza geografica, è Bergman, e in particolare l'ultimo Bergman o quello di L'ora del lupo.
In questa vicenda tragica della perdita di un figlio da parte di una coppia americana costituita da uno psicoterapeuta e una giovane laureanda, von Trier offre un'analisi davvero densa e a tratti insostenibile dell'elaborazione del lutto, e della psiche femminile come junghiano coacervo di forze millenariamente malefiche. Tutto il film in questo senso è un'autentica foresta di simboli.
Esplorando l'universo psichico della donna (con espedienti digitali, e dunque a distanza molto ravvicinata) partendo dalla patogenesi di un lutto (la cui doisperata conclusione è che non può essere elaborato), von Trier giunge a un "buco nero" che risucchia tutte quelle escrescenze sentimentali che di solito per luogo comune vengono attribuite all'essere femminile.
L'anticristianesimo vontrieriano, se così vogliamo definirlo, mostra tutta l'ancestralità (anche rituale) di un essere tremendo, tutt'altro che supino, puro e delicato come certo cristianesimo ha voluto presentarcelo. Anzi, del cristianesimo recupera quella visione oscura e medievale della donna, che probabilmente attingeva a un sapere misterioso e misterico del rapporto donna-natura, entità generatrice di vita e dispensatrice di morte allo stesso tempo e nel medesimo modo.
Antichrist assume dunque i toni di un apologo drammatico sulla "stagione della strega" che narra appunto la relazione intimamente formidabile tra la filogenesi di un sesso e il suo ruolo ontologicamente sociale.
Film horror dunque? Beh..la (trattazione della) paura sta tutta nello scavo psicologico dei personaggi fino al raggiungimento di una scaturigine caotica e irrazionale, ricettacolo - certo - di fobie della vita contemporanea.
"...mostra tutta l'ancestralità (anche rituale) di un essere tremendo, tutt'altro che supino, puro e delicato come certo cristianesimo ha voluto presentarcelo."
Ciao, conosci già la mia idea sul film, e sai che ho rintracciato in Antichrist prima la prospettiva antirazionalista che quella anticristiana (anche se le due cose non sono incompatibili, nè a ben guardare si escludono a vicenda). Giudico però disdicevole e personalmente anche spaventoso - perchè io sono una donna - che la rappresentazione della feminilità, per essere accettabile, debba censurare la sfera dell'oscurità, la possibilità della colpevolezza e più in generale quella di nuocere e di esprimere un potere offensivo attivo. Attivo: non laterale, attorto, manipolatorio, mediato e ancora, nell'horror, sovente fantasmatico (fantasmatico non lo dico così per fare quattro chiacchiere: è un fatto che esporta l'eziologia del terrore nel territorio del rimorso maschile o sociale, ricentrando la questione oltre la donna). La maternità stessa, che nella realtà dei corpi adatti a speriemntarla resta un fatto bifido, di potenza e di invasione (subita), è argomento che sembra legittimo affrontare solo nei toni più chiari, oppure in quelli razionalmente acclarati e traducibili in prassi civile del dibattito politico. Il problema è che questo tipo di approccio rischia, oltre che di tradire una disturbante carenza di interesse autentico per la soggettività femminile, di precludere quella riflessione utile sul legame tra femmina e specie, o su quello tra donna e storia, sul "ruolo ontologicamente sociale" del genere femminile, per dirla con le tue parole, che giustamente identifichi tra i meriti centrali del film.
Quello "stagione della strega" virgolettato mi ha fatto ripensare al film di Romero. Ecco, Romero è un regista profondmente maschile, in ogni sua mossa percepisco una forte alterità di genere. Avrei miliardi di appunti da sollevare al suo stagione della strega, ma quel lavoro (così incredibilmente datato) testimonia uno sforzo probabilmente insufficiente, eppure così chiaramente, così connaturatamente amico verso il mondo del femminile che non si può che corrisponderlo con il massimo dell'affetto. Il che con Von Trier non c'entra tantissimo, ma l'ho visto lì fra virgolette e non ho potuto resistere (io voglio bene a George Romero).
Ti commenterei anche sul catarismo, ma non voglio essere invadente e devo uscire. :)
Un saluto
è un onore e un piacere, Davide, avere lettori critici animati da altrettanta passione e competenza come te!
in realtà io sono ancora in fase di elaborazione perché questo, come tanti altri film di von Trier, lavorano sotto traccia e ti si insuano dentro perennemente, e questo accade quando il cinema cessa di essere solo immagine e diviene esperienza sensoriale (non solo visiva).
Grandissimo Mauro! Sono lieto di poter leggere ogni tanto recensioni così appassionate e competenti, con film come questo (stroncati in modo totalmente inerziale) se ne sente davvero il bisogno.
Io l'ho visto ieri sera e, oltre a restare affascinato dalla sfida cui Von Trier ha costretto noi spettatori, semplicemente, ho avuto gli incubi. Ora sto cercando di elaborare razionalmente, ma non mi è facile. Curioso per una pellicola che proprio dall'unione fra pensiero e carne trae la sua ragione d'essere.
alle 00:29
Mauro Giorgio
Zia Agonia, tu qua sei in assoluto la benvenuta e puoi "invadere" come, quanto e quando ti pare..quindi sul catarismo attendo con piacere una delle tue usualmente intriganti considerazioni.
L'acribia delle tue riflessioni sull'antirazionalismo (di matrice lacaniana? credo di sì) di Antichrist incontra, come sai, il mio favore. Una delle chiavi del film immagino sia proprio questo recupero e rilancio di un femmineo pre-romanticamente inteso, come notte caoticamente generatrice, come (diritto all') oscurità non sondabile dagli strumenti dell'intelletto, come - certo -proiezione fantasmatica di un millenario rimorso fallo(go)centrico. Credo che una lettura attenta della Arendt, e dell'ultima Simone Weil potrebbero esserci d'aiuto nelle implicazioni inaugurate da questo argomento con tanto di ricadute sul rapporto filo-ontogenetico del femminile, inteso anche come ruolo all'interno di uno spazio sociale.
le virgolette intorno alla stagione della strega proprio là intendevano condurre. nel senso che ho sempre percepito - anch'io - nel testo romeriano (in genere fortemente intriso di connotazioni maschili) il tentativo di una sorta di "descrizione di una confusione", il femminile visto da un'angolazione maschile che si presenta sotto forma di stato indiscernibile dell'essere umano. E' un po' come se Romero abbia voluto (ri)disegnare la figura della donna, ascrivendole anch'egli quel serbatoio di "incompreso" millenario del quale egli stesso non sa rendere conto. E infatti non solo ne esce un personaggio incomprensibile, quasi "sformato", lontano e imprendibile, ma è proprio il film che diviene una nebulosa impenetrabile, nel mezzo della quale avvertiamo giusto la motilità di un individuo, quasi transgender, attraverso un environment cui - il minimo che si possa dire - non appartiene.