Riflessi di paura
Dopo mesi di strombazzamento mediatico è finalmente giunto nelle sale questo horror che, diciamolo, una certa curiosità la destava, non tanto per il trailer che a giudicare dalle sequenze clou sembrava la solita accozzaglia finalizzata a spaventare il teenager, e nemmeno per la premiata ditta Michael Bay - Platinum Dunes, quasi mai sinonimo di qualità eccelsa, quanto per il regista David S. Goyer il quale era stato tra gli artefici nella veste di sceneggiatore di progetti interessanti come i due Batman di Christopher Nolan, Dark City, etc.
Il titolo italiano di The Unborn (non si capisce perché i distributori non abbiano lasciato intatto il bisillabo nella lingua originale) rischia per l'ennesima volta di ridicolizzare l'intero film a principio, ma fortunatamente i titoli di testa assenti evitano di ricordarcelo.
Si entra dunque subito nel cuore di questa vicenda che racconta la storia di Casey, una normalissima studentessa universitaria segnata però dalla perdita della madre in giovane età. Tutto sembra tranquillo fino a quando alcuni sogni premonitori della ragazza cominciano a turbare la sua vita. Gli incubi pian piano incominciano a materializzarsi anche nella realtà, sotto forma di inquietanti presenze spettrali. Casey scopre che c'è un bambino non nato che sta reclamando rabbiosamente la sua nascita e scopre anche che è la causa della morte della madre, impazzita di dolore. Un dolore che sembra provenire da molto lontano.
La costruzione narrativa in sé non sarebbe neanche male, ma è la consueta struttura a "fisarmonica" da horror hollywoodiano a banalizzarne la portata. Tutto il film è costruito seguendo uno schema quasi matematico: ci sono momenti di distensione che servono a preparare lo spavento improvviso, con una regia di funzionale monotonia che rischia di appiattire anche i segmenti più adrenalinici. Il problema è proprio quello di sapere in anticipo dove ogni sequenza vada a parare, e anche il senso di paura che potrebbe divenire in alcune parti del film pervasivo, si riduce alla superficialità della scena spaventosa.
Il materiale narrativo, il recupero della demonologia ebraica (da questo film apprendiamo che la Kabbalah non offre solo il mito del Golem, ma che esiste anche uno strano demone denominato dybbuk, ovvero lo spirito di un bambino mai nato costretto a vagare per l'eternità in una zona limbale che vuole incarnarsi in un essere vivente) con il suo suggestivo corredo di simboli, il dolore che rende folli per la perdita di un figlio, la gemellarità, etc. andava sfruttato in maniera più seria, soprattutto nei confronti della messa in scena.
Restano anche delle sottotracce che Goyer si guarda bene dall'approfondire riguardo alla shoah, fantasmi forse inevitabili e però piazzati a bella posta quasi a metaforizzare un dolore che appartiene alla Storia, un orrore "altro" che non ha nulla a che fare con il filmetto hollywoodiano studiato a tavolino che sopperisce al sentimento della paura con gli effetti speciali.
Mostruosamente bella la protagonista Odette Yustman, vista in Cloverfield. Sprecato Gary Oldman.
Gli horror di questa qualità dovrebbero uscire ad agosto ;)
alle 18:56
madelin
fa paura